La peggior specie, incipit
The people of my country believe
We can’t be hurt if we can be bought.JERICHO BROWN, Ganymede
C’è un ponte.
Il diavolo ama costruire, creare distrazioni, turbamento, in mezzo alla natura. Fuori dalla natura. Più di tutto, ama costruire ponti: mettere in contatto, dove non era previsto.
Questo ponte non ha un nome. Può darsi abbia una sigla, che però in paese nessuno conosce. Forse solo qualche cantoniere. In Cina neanche il Tanaro avrebbe un nome, come qui non si dà il nome ai ruscelli. La ferocia delle piene si intuisce dalle dimensioni dei ponti. Sproporzionatamente grande, questo, rispetto al rigagnolo che ha sotto e all’unica automobile che ha sopra: un fuoristrada di lusso, enorme rispetto all’unico passeggero che ha dentro. La macchina potrebbe guadare tra i sassi, gli arbusti, i tronchi che ingombrano il letto del fiume e non dovrebbero. Districarsi fra noccioli piantati troppo vicino alla riva.
Si fa prima sul ponte.
Un ponte serve a dire: non ho tempo. È un modo pesante, vincolato, di volare, trascurando ciò che non ha forma, sotto, e scorre, o ha una forma che non ci interessa, non ci riguarda, non suscita desiderio né timore.
Il modo più veloce per attraversare le Langhe è seguendo il corso dei fiumi: Tanaro, Belbo, Bormida. Vanno tutti da sud a nord, piegano a est solo sul finale.
Il fuoristrada entra in paese. Silenzioso, elettrico. Quattrocentosessanta cavalli nascosti sotto al cofano. Il paese lascia entrare, non ha porte.
Sull’aiuola al centro della rotatoria c’è scritto «Serra Tanaro» con lettere grandi, tridimensionali, come giochi di bambini. Non granito né bronzo: lamiera verniciata. Più scenografia che monumento. Subito dietro: un grappolo d’uva alto due metri e un rametto di nocciole. Appeso al grappolo un lenzuolo: «RonCarni vergogna».
L’uomo venuto dalla città si chiede se il lenzuolo fosse davvero bianco, almeno all’inizio. Se abbiano cucito male i bordi apposta, perché si sdrucisse più in fretta.
A sinistra il supermercato, il parcheggio già vuoto, alle otto di sera, gli altoparlanti spenti. A destra la zona industriale. Svolta a destra e si ferma dopo pochi metri. Da un lato lo stabilimento, dall’altro il fiume. Una strada facile da bloccare, pensa. Facile da bloccare, ma impossibile vietarne l’accesso, perché ci sono altri capannoni, più avanti. Chiunque ha il diritto di arrivare fin qui, e combinare disastri.
Il piazzale davanti al cancello è sgombro. Più che un fortino assediato sembra abbandonato. Sono tutti a cena, pensa, nonostante la luce. Come se tutti, qui, anche gli attivisti, lavorassero nei campi. E a mezzogiorno avessero già sette ore di fatica sulle spalle, e la sera dovessero cenare presto.
Non scende dalla macchina.
Il muretto di recinzione è in cemento pieno solo fino all’altezza delle ginocchia, poco più di un battiscopa. L’inferriata non impedisce di guardare.
Male, pensa.
Anche il piazzale interno è quasi vuoto. Due grossi camion frigorifero, immobili, senza marchio, aspettano l’indomani.
Lo stabilimento è bianco, pulito, ristrutturato da poco. Qualche tubo di aerazione, sul tetto. Nessuna ciminiera. La palazzina uffici, di fianco, non è diversa da uno qualunque dei condomini lungo il fondovalle. Ha persino i balconi. Potrebbe ospitare studi di geometri, o piccoli avvocati. Potrebbero esserci vetrine, al piano terra, di quelle costruite sperando nei negozi ma che poi, in queste zone, finiscono per restare vuote. Potrebbero, ma sono gli uffici RonCarni. Un lungo pannello di acciaio grezzo con profili di maiali accompagna il visitatore verso l’ingresso. I maiali in fila, uno dietro l’altro, ritratti come se anche loro volessero entrare. Ma la vera porta per le bestie è sul retro. Un tunnel in salita, la scala per il paradiso, la chiamano. E sognò di vedere una scala appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.
Salire affinché, una volta dentro, la gravità stia dalla parte dei carnefici; una forza che non ha bisogno di corrente, o manutenzione.
Una volta dentro, tutto dev’essere inevitabile. La caduta, la chiamano. Prima la scala, poi la caduta.
Nel video passato in televisione un maiale saliva, a fatica, lungo quel tunnel.
Non cercava di voltarsi, o ribellarsi. Sembrava una signora poco abituata a camminare sui tacchi che si è agghindata per andare a teatro, forse a una prima, ma è finita in mezzo a una folla che urla, e la insulta, la spinge. La pungono con dei bastoni elettrici. E lei non sa perché. Si accorge di essere nuda, e sporca, ma cerca lo stesso di camminare con dignità. Non vuole mostrare imbarazzo. Si sforza di ignorare i suoi aguzzini, ritrovare equilibrio, però cade, scivola all’indietro, cade di nuovo. Il rumore degli zoccoli contro la lamiera, sempre più forte. Come quando, da bambini, ci si arrampica dal lato liscio degli scivoli. L’illusione che pestando i piedi si faccia più presa. La certezza – da bambini – che con quel frastuono ci si diverta di più.
L’uomo venuto dalla città adesso sta fissando un disegno, a terra, a pochi metri dall’auto. Si decide ad aprire la portiera. Lo aggredisce il caldo, inaspettato per come immaginava la campagna a quest’ora.
La puzza invece non c’è. Giusto un aroma di caramello. Si costringe ad annusare più a fondo: soltanto il fiume. Il letto sfatto del fiume, dall’altra parte della strada, oltre i rovi. No, c’è ancora dell’altro. Il verderame! Grazie a dio, lo usano ancora. Prima di accorgersi delle viti, o della terra smossa, riconosce il verderame. Adesso, pensa, sono davvero in campagna.
Scende dall’alta macchina, dal suo carro potente, il carapace scuro. E lui leggero e chiaro come linfa. Pantaloni corti, camicia color cachi. Abbigliamento tecnico, traspirante, adatto a una spedizione, perfettamente mimetico – se solo ci fosse sabbia, e non asfalto, intorno.
Quasi tutto il piazzale è disegnato. Come una caverna rivoltata, eviscerata.
Si china.
È abbastanza magro, lo specialista venuto dalla città. Fiero del suo essere magro, una magrezza conquistata. Ha quasi cinquant’anni. Gli altri si disfano, lui si sta asciugando.
Resta chinato.
Tocca il gesso come un cacciatore toccherebbe escrementi, o del sangue. Lo sfrega fra indice e pollice per capire se è fresco. Quanti erano, quanto tempo fa. Dove vanno a mangiare, dove ad abbeverarsi. Dove si nascondono per dormire.
Perché gessi e non vernice?
Si rialza, in cerca di una visione d’insieme.
In alcuni punti l’asfalto è una nuvola dei colori precedenti. Strato su strato, diventa difficile distinguere i più recenti. Resta sgombro soltanto il percorso dei camion, dalla strada al cancello. Sono ubbidienti questi attivisti, pensa. Imbrattano solo dove non è pericoloso.
Torna a concentrarsi sul disegno che ha di fronte: un volto metà maiale e metà cane. E la scritta: «Uno lo accarezzi, l’altro lo mangi».
La metà maiale è paffuta e colorata di rosa. È il consumato, qui, il destinato a svanire, a risultare pieno. La metà cane invece ha solo i contorni gialli. Il cane sembra il lato svuotato, urlante, oscuro del maiale. Dr Jekyll e Mr Hyde. Il tratto parte lezioso e finisce graffiato, aperto. A nessuno verrebbe da accarezzare questo cane. O addentare questo maiale. Leccarlo, al limite. Sembra di zucchero, una testa di maiale da luna park, fissata al suo bastoncino, tanto più golosa quanto più sono finti i colori. Maiale gusto fragola. Ma il cane – forse la cagna, quasi certamente una cagna – è lì per difenderlo. Ringhiare. Costringe a prenderlo sul serio. Nessuno leccherà questo maiale. Potete ucciderlo, lo avete già ucciso, ma non potrete leccarlo mai più.
L’urlo dei maiali, trasformato in cane da guardia.
È colpito. Ha visto molti disegni di questo tipo; si è documentato, negli ultimi giorni. Ma qui la qualità è superiore. E la quantità: decine e decine di metri, alcuni dai tratti più vivi, altri già semitrasparenti, virati al colore dell’asfalto che li sorregge, li domina, e che a quest’ora sembra già viola.
Prova rispetto. È quasi a disagio. Questo affollarsi di animali disegnati lo fa sentire in minoranza.
Attraversa la pista dei camion. I sandali lo isolano dal terreno, dal calore dell’asfalto. Sandali di plastica traspirante, morbida al tatto. Perfetti per la pioggia, se solo piovesse.
Un altro disegno: un maiale, un cavallo, una papera. Un pesce.
Un ippopotamo e un’ape. Tutti insieme. E la morale: «Be kind to every kind».
In inglese, come sugli zainetti di scuola. Come una dedica. Il pesce non è squalo, né manta, o acciuga. Un semplice pesce felice, a forma di pesce. Chi l’ha disegnato evidentemente non sopportava che qualcuno, dal basso, potesse guardare senza sorridere. Senza rispondere. Po- tesse guardare con occhi nei quali non ci si può specchiare. Il silenzio del cosmo.
Il maiale ha due cuori al posto degli occhi. Glitter.
Questi sono i disegni che preferisce. Disegni che maestre benpensanti potrebbero assegnare a ragazzini di città. A di ape, I di ippopotamo, P di papera o pesce. Tutti sembrano volersi bene. Né predatori né prede, né femmine, maschi, giovani o vecchi, dominanti, dominati. Sono peluche. Da abbracciare, quando nessun altro ti abbraccia. Quando è buio. Quando persino nel bagno dei genitori si è spenta la luce. Chi li ha disegnati forse si sentiva in debito verso gli animali che una volta dormivano con lui, o con lei, notte dopo notte. Senza respirare.
Va bene così.
Lo specialista, l’uomo venuto per risolvere la crisi, torna verso la macchina. Ci tiene ad arrivare puntuale. Si accorge che dal gabbiotto della sicurezza qualcuno lo sta osservando, è addirittura uscito nel cortile interno, ha rinunciato all’aria condizionata, sta con le braccia conserte, non è in divisa, ha una camicia un po’ stazzonata. L’assenza di divisa, quelle prevedibili giacche blu, lo rende più minaccioso. Come fosse lì non per lavoro, ma per vocazione.
Va bene, pensa lo specialista, mentre risale in macchina. Se i padroni vivessero ancora di fianco agli stabilimenti non occorrerebbero umani da guardia.
Non è più così.
Il navigatore dice che alla casa di Stefano Ronchi mancano ancora venti minuti. Ha fame, ma sa che difficilmente gli offriranno cena. È già dopo cena, pensa, in questo paese.