Il dolore animale non è di un’altra specie
Il nuovo romanzo di Maurizio Torchio La peggior specie (Sellerio) dichiara sin dal titolo il profondo nesso etico che riguarda il nostro essere umani, animali e viventi. Sono i nostri comportamenti morali? È veramente l’uomo una specie superiore? Domande più adatte a un saggio, Torchio, però, le risolve in un romanzo dal ritmo incalzante, con personaggi memorabili, con immagini vivide, senza cadute di ritmo. Il testo narra le vicende dello specialista — un giornalista, un investigatore, uomo delle crisi — che in un torrido luglio viene inviato in un paese delle Langhe, assurto agli onori delle cronache, dopo la trasmissione di un video, in cui vengono mostrate le condizioni dei maiali avviati al macello. Lo specialista deve in qualche modo risolvere il problema, limitare i danni, capire chi ha reso accessibile il video e perché.
Il romanzo, pur essendo costruito come un giallo, ha un nucleo filosofico, il cui orizzonte è il grande stabilimento dove vengono uccisi gli animali. Non c’è nessuna tensione manichea, ma la rappresentazione di un mondo, chiuso e misterioso, in cui tutto ciò accade all’interno di una penombra perturbante. Torchio, tramite lo sguardo dello specialista, si muove in una sorta di zona di grigia, in cui complicità, giudizio, pietà, indifferenza si mescolano. Nell’abile gestione di descrizioni e dialoghi, comprendiamo come nulla sia completamente ciò che sembra, come nessuno nel romanzo sia esente da colpe. I personaggi sono presentati, al di là dei ruoli e ideologie, come colpevoli: «“Prima gli umani” o “Prima gli altri animali” è uguale. Il punto è: affrontare più oppressioni contemporaneamente chiarisce o confonde?». La domanda che impernia il romanzo è: esiste una qualità della sofferenza? Quali sono i limiti e i confini per tracciare una cartografia del dolore? Il romanzo pone al centro la sofferenza nuda, lo sguardo di Torchio è simile a quello di Giacomo Leopardi nello Zibaldone, mentre cammina per il giardino e nota la sofferenza costante e comune di ogni piccolo ente del mondo. L’autore, tramite i diversi personaggi, è animato dalla medesima tensione. Il video, in cui vediamo un animale soffrire, ci disturba, perché in qualche modo mostra ai nostri occhi la sofferenza dell’innocenza, mostra anzi un surplus di sofferenza e di violenza inutili.
Il nocciolo speculativo del romanzo sta appunto nel comprendere questo «di più». Esiste una violenza utile e una sofferenza utile? Il lettore chiuso il libro non ha risposte. La peggior specie mi ricorda un breve aneddoto che ha per protagonista Paolo De Benedetti. Il grande studioso aveva dedicato un suo libro, nel quale rifletteva sul concetto di Dio dopo il Lager, alla sua gatta appena scomparsa. Alla mia domanda sul perché di questa scelta, lui aveva risposto: «Ho visto in lei un dolore così puro e tremendo da farmi pensare al dolore dei sommersi». La peggior specie ci costringe a fissare la gorgone del dolore muto e chiederci se, infine, possiamo pensarci migliori. La risposta è ovviamente: «No».
Demetrio Paolin
La Lettura - Corriere della Sera, 5 Aprile 2026
torna a La peggior specie