Skip to content

Il messaggio sociale si piega alle regole del romanzo fatto bene

noir e realtà

Torchio: nel sangue del macello è difficile distinguere i buoni dai cattivi



Una delle domande più complesse della narrativa incentrata su tematiche sociali, e quindi libera delle catene dell’io, è quella relativa al rapporto tra opera e messaggio. Come si può trasmettere un’idea mantenendo un’estetica romanzesca? È possibile che il libro non si trasformi in una spiegazione narrativa ma mantenga il suo carattere creativo? Si tratta di una questione a lungo dibattuta, basti pensare ad alcuni racconti della resistenza poveri dal punto di vista narrativo, ma l’impressione è che solo un grande scrittore possa trovare un equilibrio tra questi due pesi e oggi, in tempi in cui la comprensione del testo rivela risultati allarmanti, sembra ancora più difficile perché richiede di leggere tra le righe, di rintracciare il messaggio senza enunciazioni didascaliche. Uno di questi grandi scrittori è Maurizio Torchio che dopo il de profundis carcerario di Cattivi con La peggior specie affonda il proprio sguardo su un tema polarizzante, le violenze che gli animali sono costretti a subire per trasformarsi in cibo. Basterebbe però la figura del protagonista per comprendere bene il modo in cui si muove lo scrittore perché lo «specialista», l’uomo della crisi pagato per attutire i problemi, che si immerge negli ingranaggi mortali di un macello piemontese in realtà potrebbe essere chiunque sia in grado di sentire la fragilità dell’altro, non quindi un uomo che porta avanti una battaglia ideologica, ma una persona capace di valutare ciò che vede.

Dario, questo il suo nome, viene chiamato da una società per risollevare le sorti di un macello che, a causa di un video compromettente, è finito sulla televisione nazionale e viene picchettato da gruppi di attivisti che bloccano il passaggio dei camion verso la «fabbrica della morte». Ma, come si diceva, il romanzo di Torchio non vive sul messaggio e infatti Dario fa esperienza di un mondo che conosce poco, ma che ha studiato a fondo, e incontra una serie di personaggi che offrono sfaccettature diverse del problema (un’attivista che sembra promettergli una nuova felicità, un informatore che ha vissuto sulla propria pelle il dolore del lavoro al macello, il proprietario della RonCarni che non vuole veder fallire l’azienda che la sua famiglia guida da generazioni), gettando il lettore in un’impasse: come distinguere tra buoni e cattivi? La complessità di questa domanda restituisce la grandezza del realismo secco di Maurizio Torchio che non chiama alla commozione né a una scelta di campo ma, come uno scrittore naturalista, costruisce la storia sulle cose per come sono.

Nell’ultimo capitolo, dopo un procedere della storia che non lesina colpi di scena e virate a tinte noir, tra filmati segreti, animali rubati, santuari felici e un gioco di infiltrati degno di una spy story, Torchio richiama simbolicamente un passaggio precedente del libro in cui la macellazione animale viene messa a paragone con le stragi naziste («due stermini fondati sul pregiudizio razziale, e portati avanti con metodo, organizzazione; industrialmente») ripercorrendo lo splendido esercizio letterario di La freccia del tempo di Martin Amis. Se lo scrittore inglese raccontava a ritroso la storia terribile di un medico nazista, dalla morte alla nascita, in un rovesciamento temporale in cui gli ebrei tornavano in vita e poi a casa, in La peggior specie i maiali escono dal macello per tornare ai loro spazi naturali perché «l’unico modo sensato di guardare un qualsiasi mattatoio è al contrario». Con questa concessione a una prospettiva diversa che rimanda a uno sguardo infantile in cui tutto è possibile («Da bambini è normale volere che anche gli altri animali siano felici. Da bambino, se vedi picchiare un animale piangi, urli, strepiti»), si chiude il romanzo di Torchio da cui si esce con l’impressione che qualcosa sia cambiato, che addomesticare non sia poi così positivo («Domesticare vuol dire: rendere incapaci di cavarsela da soli» spiega uno dei personaggi rivelando il lato oscuro del Piccolo principe) e che la salvezza sia possibile solo nella selvatichezza, nel riconoscere come siano «gli storpi a credere nei miracoli. Gli schiavi a credere nella libertà» come recita un verso di Derek Walcott. Riuscire a racchiudere tutto questo in un romanzo non è poco.

Matteo Moca

tuttolibri - La Stampa, 4 Aprile 2026

torna a La peggior specie