Investigazioni noir dalle stanze dei macelli


In conclusione di Minima moralia, Theodor Adorno scriveva che la conoscenza ha il compito di «stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica». Pur completamente mutate le condizioni storiche, la frase esprime un invito – l’allusione all’utopia negativa, che rappresenti cioè una critica al mondo presente, a ciò che è e potrebbe non essere, piuttosto che una forma di rappresentazione di mondi perfetti – che rimane attuale nella realtà contemporanea, come imprigionata in un doppio vincolo tra potenza tecnologica e la sensazione quietistica, quasi pacifica, che tutto debba, nella sua struttura di profonda violenza, ripetersi uguale a se stesso. Nella tensione che le pagine dell’ultimo titolo di Maurizio Torchio, La peggior specie (Sellerio, pp. 312, euro 17), ingaggiano con il degradante status quo che gravita intorno ai mattatoi suini, e più in generale allo sfruttamento produttivo animale nelle alte Langhe, riemerge la virtualità che il nostro mondo sta mancando.

LA TRAMA è quella di un noir piuttosto convenzionale: un investigatore privato è incaricato da Stefano Ronchi, l’indecifrabile proprietario di RonCarni che il lettore osserva mentre si aggira scalzo e quasi ascetico sull’ardesia intorno alla sua villa, di scovare l’informatore che ha diffuso alcuni video provenienti dalle stanze dei macelli, finiti su un programma televisivo a turbare la domenica pomeriggio. Per svolgere l’indagine il consulente si fingerà giornalista, infiltrandosi in Mutual Liberation, una delle due organizzazioni animaliste che contestano RonCarni. A loro modo concorrenti, Mutual liberation e Animal Testimony fondano il proprio attivismo su principi etici. In un primo momento, complice una voce narrante molto vicina alla prospettiva del protagonista investigatore, entrambe sembrano mettere in scena un carnevale innocuo, regressivo, ipocrita e intimamente colluso con lo status quo («I peluche … sono i peluche che vi interessa salvare. Animali che abbiano il vostro odore, oppure di polvere. Animali che non occorra castrare»). Ma l’arco narrativo conduce il protagonista, in un coinvolgimento sempre più intenso (c’è anche un canonico innamoramento dell’infiltrato con la persona spiata), a rivedere le convinzioni iniziali e infine a sposare la causa animalista. Nessun lieto fine però, fortunatamente.

DARIO – il nome del protagonista, emerge solo quando entra in contatto con il suo doppio, Carlo, l’operaio tossicomane che aveva permesso il leakage iniziale – porta a termine il suo compito, con effetti imprevisti e disastrosi un po’ per tutti gli attori in gioco. Irriducibilità della realtà a schema manicheo; dialettica ambivalente della finzione, che talora conduce sulle tracce del vero più di quanto non possa fare la sincerità; l’inevitabile collusione di chi nega la realtà con la realtà stessa. C’è tutto questo nella scrittura essenziale e precisa di Torchio, nei dialoghi-monologhi etici, ai quali è concesso ampio spazio. Ma la forza del libro sta in ciò che il noir nasconde – e al tempo stesso mostra: un piano allegorico che le ultime pagine del libro, come un effetto ottico retrospettivo, fanno risaltare con notevole intensità. Il testo è infatti cosparso di riferimenti ai motivi biblici del paradiso terrestre, alla tentazione dell’avversario e alla caduta, alla perdita di innocenza. Il protagonista (laureato in filosofia della religione) instaura tutta una serie di rimandi tra il corpo, il sangue (dei maiali, naturalmente, ma anche di Cristo) e i loro significanti simbolici, il pane, il vino (le farine per i mangimi animali e le uve delle Langhe): «guarda il sangue, lo sterminato sangue racchiuso nei chicchi d’uva, nelle vigne, tutto intorno (...) Pensa alla farina di sangue, sotto, alla farina di ossa. Qui per concimare usano farina di sangue e farina di ossa che arrivano dallo stabilimento RonCarni (...) Farine. Pane di sangue, pane di ossa. Pane sottoterra (…) C’era concime nell’Eden?»

NELL’ULTIMO CAPITOLO la filiera della carne suina è riavvolta in rewind: dal prosciutto all’ani- male vivo, dal mangime al campo, «come se la natura fosse dalla parte delle forme, e non della polvere, non del rumore (...) E se è infantile, questo non volersi rassegnare all’irrimediabile, al- lora Dario è disposto ad essere infantile. Se è blasfemo forzare il tempo della redenzione, allo- ra Dario è disposto ad essere blasfemo». E a concedere ai porci la resurrezione dei corpi.

** Giacomo Tinelli **

il manifesto, 27 Agosto 2026

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