Maiali

Odisseo chiede a Circe, per l’ennesima volta, di liberare gli uomini che ha trasformato in maiali, riportandoli a forma umana. Circe glielo concede, se uno di loro, prendendo magicamente la parola, darà il suo consenso a tornare umano. Si fa avanti Gryllos, il maiale, che accusa l’eroe di volerli trasformare «di nuovo negli esseri più disgraziati e infelici che ci siano al mondo». I bruti vivono una condizione perfetta. La loro anima, «senza che nessuno glielo insegni, produce e fa sviluppare in maniera conforme a natura, come se fosse un terreno non arato e non seminato, le virtù appropriate per ciascun essere vivente». Non hanno desideri inutili, sono dotati di coraggio e intelligenza straordinarie, più che sufficienti a ogni loro bisogno. Odisseo accusa il maiale di empietà: considera razionali esseri che non hanno nessuna idea della divinità! La sua proposta, in ogni caso, è respinta.

L’episodio è narrato da Plutarco nel dialogo «Gli esseri irrazionali usano la ragione», scritto nel primo secolo dopo Cristo. Appartiene a una lunga tradizione platonica di scritti sull’intelligenza animale e contro il consumo di carne. Muovendo dal presupposto della trasmigrazione delle anime, i platonici erano infatti i filosofi più inclini a riconoscere la somiglianza tra le capacità mentali di umani e bestie selvatiche. I loro scritti professavano una purificazione dell’anima che passava per l’astinenza dai piaceri del corpo, tra cui quello del consumo di carne. Miravano a formare un sapiente, non a liberare gli animali. Questo punto di vista è rimasto centrale negli scritti sull’intelligenza degli animali fino all’età moderna. Come ha scritto Carlo Ginzburg, ancora nel Seicento l’esempio della sofferenza delle bestie serviva soprattutto a ragionare sulla giustizia tra gli uomini: «Parliamo di loro, e pensiamo a noi».

Del resto, essere tramutati in maiali, nell’Odissea, era la conseguenza di aver ceduto all’appetito animale. Il maiale era immagine di cieca schiavitù dei sensi. Gli uomini trasformati dimenticavano la ragione, non tornavano a casa. Ma le cose sono cambiate. Alla luce dell’etica animale contemporanea, l’intelligenza dei maiali, riconosciuta fin dall’antichità, porta i maiali finalmente in primo piano come persone, non come proiezioni o maschere dell’umano.

Un esempio è Summertime (Penguin 2021) della scrittrice australiana Danielle Celermajer. È il racconto in prima persona dei giorni di un’estate del 2019-20, quando l’Australia meridionale fu colpita da uno dei più grandi e devastanti incendi mai registrati storicamente. L’autrice – sociologa e criminologa – vive in una casa di campagna dove si prende cura, insieme al compagno o compagna (non è specificato), di diversi animali, alcuni dei quali salvati da santuari: maiali, cavalli, asini, capre e un gruppo di oche. L’avvicinarsi dell’incendio produce un’attesa carica di tensione, concentrata nel pensiero di salvare le vite degli animali, organizzandone l’evacuazione e cercando di immedesimarsi nel loro smarrimento. Questo racconto, che culmina nell’arrivo devastante del fuoco e nella morte di Katy, uno dei maiali, e si conclude col ritorno a casa, si alterna a riflessioni sulle cause e implicazioni ecologiche ed etiche della distruzione. L’hanno provocata gli umani, ma colpisce soprattutto gli altri animali, che non si sono evoluti in modo tale da riuscire a trovare riparo da un evento di tale grandezza (si parla di fiamme alte anche 70 metri che avanzavano a velocità di 60 km orari).
Celermajer parla agli umani, ma entra nella psicologia degli animali, come il maiale Jimmy, che vive un lutto per la perdita della sua compagna, facendone spiccare la personalità e l’evoluzione psicologica.

«Anche molto tempo dopo che l’incendio era ormai passato, il calore radiante, la disidratazione che aveva subito nei giorni successivi, il materiale carbonizzato che aveva ingerito, la perdita di Katy, ormai definitiva – forme di violenza e terrore che non posso in alcun modo comprendere né immaginare – si combinarono e si insinuarono nel suo corpo. Nel momento di maggiore crisi non mangiava, non beveva e non pisciava. I suoi occhi sembravano vuoti e grigi. Vomitava bile verde. Si voltò dall’altra parte, allontanandosi da noi».

Il lutto infine viene superato. Jimmy torna a bagnarsi nel fango fresco, schizzando la sua amica umana. È una storia di salvezza e purezza, di ritorno a una vita di relazioni meno centrata sull’individuo umano col suo proprio corpo, una storia in cui il male viene da lontano e da altri.
Il contrario avviene in un romanzo straordinario, La peggior specie di Maurizio Torchio (Sellerio 2026). Stavolta il protagonista è un uomo che si finge animalista. «Lo specialista», com’è chiamato, è pagato dal proprietario di un allevamento intensivo di maiali nelle Langhe per indagare su chi si è introdotto illegalmente nei capannoni per filmarli: probabilmente qualcuno degli animalisti che protestano regolarmente nei pressi dell’azienda e fermano i camion che portano gli animali verso la morte.

Il punto di vista dello specialista, che si finge giornalista e si infiltra tra gli animalisti, è quindi estraneo alla causa, immorale. Nel libro non si trovano appelli accorati e condanne rivolte agli umani, come in Celermajer. Proprio per questo chi legge è coinvolto nella spaccatura interna a una società che celebra l’eccellenza alimentare e organizza la nascita, la sofferenza e la morte dei maiali su scala industriale. La polifonia del racconto ha qualcosa del dialogo socratico, della filosofia. Ma stavolta il destinatario non è il saggio, il puro, ma la collettività, le famiglie, dove le nonne dimostrano il loro amore cucinando l’arrosto ai nipoti.
Attraverso la voce dell’imprenditore, quella dei giovani vegani e vegetariani e lo sguardo falsamente distaccato e doppio dello specialista, si susseguono narrazioni e argomentazioni che da decenni circolano nel nostro mondo. La critica dello specismo e la prospettiva di abbandonare la dieta carnivora, il paragone scandaloso tra gli allevamenti intensivi e i campi di sterminio dei nazisti, le tensioni tra allevatori e animalisti, la sfida della carne artificiale e l’anestesia finale delle fabbriche di suini controllate dall’intelligenza artificiale, la realizzazione che il nostro mondo, nelle sue radici nutritive, gustative, viscerali, si fonda sullo sterminio di massa. Dentro questi dialoghi si staccano vivide – quasi colpendo a sorpresa chi ha abbassato la guardia per ascoltare e ragionare – le immagini delle torture gratuite, del malessere degli operai che accudiscono, separano i figli dalle madri, conducono al macello, folgorano, sgozzano, disossano, fino a uscirne distrutti.

Ma le scene più memorabili sono quelle in cui Torchio trasforma l’indagine riflessiva in mito. Lo specialista s’innamora di un’animalista, con lei entra di notte nei capannoni, punta le torce sui musi delle madri, sente correre i giovani che ancora (in quel luogo senza via d’uscita) giocano. Nutre il sospetto che quelle madri sperino ancora, si chiede se vorrebbero che loro due intrusi salvassero i loro figli. I due sollevano due maialini, i «salvati», li portano via con sé. Divenuti con quest’atto genitori, si scoprono coppia. Si spogliano, scendono al fondo di desiderio e riproduzione che li accomuna agli altri animali. S’intuisce la possibilità di una rinascita, di una gioiosa riconciliazione collettiva, che inizierebbe riavvolgendo il nastro della storia fino a liberare gli animali dalle fabbriche di carne, e che il presente, con la falsificazione e la polarizzazione delle coscienze, rende impossibile – aprendo una crepa nella stessa ragione umana.

«Però a un certo punto ti deve venire il dubbio:» – dice Barbara, l’attivista – «forse invece sono io la pazza, non può essere il mondo, tutto intero, a sbagliarsi. Una pazza… come la chiami, tu, una che vede orrore e atrocità dove gli altri, compreso chi ama, non vedono niente?».

Paolo Pecere

GATE, 22 aprile 2026

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