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Mattatoio numero cinque

"La peggior specie" di Maurizio Torchio è un viaggio nell'inferno che l'uomo riserva agli animali. Il lato oscuro delle Langhe



Si chiama "la scala del paradiso" ed è la rampa che i maiali sono costretti a salire al mattatoio, pungolati da scosse elettriche, per poi precipitare nella botola della propria morte. Anche questo libro precipita, nel dolore e nel senso di colpa: si può essere buoni e fare il male? Come smettere? Con quale consapevolezza? Se lo domanda Maurizio Torchio nel suo ultimo romanzo, La peggior specie (Sellerio), e davvero non è difficile decidere quale sia, questa specie, tra quella umana e quella animale. Le bestie risalgono al contrario, come i bambini sullo scivolo al parco, e quando comprendono la loro sorte vorrebbero scappare, ci provano anche, invano.

Il sangue e le carni lacerate, le carcasse smembrate, e attorno il paesaggio di Langa, la terra che ha ripudiato l'antica malora e ora progetta ogni suo angolo come un luna park del gusto e delle "esperienze", mica si va lì soltanto a mangiare, non più. La terra dei ricchi che sono stati i più poveri, e di quel tempo hanno mantenuto la ferocia, covandola.

E una domenica pomeriggio, quando al tg regionale va in onda in fascia protetta un servizio raccapricciante: si vedono, filmate da mano anonima all'interno del mattatoio, con ogni probabilità un dipendente infedele, le sevizie e le sofferenze inferte ai maiali condotti al macello. Non soltanto il sangue ma anche le vessazioni, le percosse, persino gli insulti. Per i proprietari di questo orrore può essere la fine, e il titolare dell'azienda incriminata, la RonCarni, ingaggia uno specialista arrivato dalla città, una sorta di detective privato, un mister Wolf che dovrà risolvere la grana non da poco.

Comincia così un'indagine alle origini del male, nelle sue profondità più oscure, viscerali. Lo specialista di nome Dario si finge reporter e s'introduce tra gli animalisti, riesce a contattare il delatore del video e si infila nottetempo nel mattatoio: quali altri segreti saprà proteggere, simulando invece di smascherarli? Il percorso è agghiacciante, da dove si assembla la vita (fecondazione, gestazione, parto) fino a ciò che nelle altre stanze verrà smontato: ogni cosa è a pezzi.

Nel libro quasi nessuno è come sembra, dentro una storia insolita per le abitudini narrative italiane. Maurizio Torchio non è nuovo a questi spiazzamenti, e neppure stavolta fa sconti. La sua Langa è piena di spigoli, e le persone di più. Ci sono le mele marce, ma forse lo è l'intera cesta. Il paese dell'azione, Serra Tanaro, nella realtà non esiste, ma il resto della toponomastica sì, riconoscibile al millimetro. Così come non manca l'ipocrisia dell'apparenza, tra filari e noccioleti disegnati con la riga e con la squadra e le urla delle bestie morenti. Sommersi sembrano proprio tutti, senza remissione. «C'è sempre qualcuno convinto che qualcun altro non possa soffrire», ragiona il narratore, e intanto propone l'ambiguo percorso del protagonista, diviso tra un lavoro da compiere e i dubbi a bruciapelo: neppure lui, pagato per difendere i carnefici, resta insensibile al richiamo dei maialini che si arrampicano in cerca di una carezza.

Un paio di presenze femminili si inseriscono nella trama, ma non per ingentilirla: anche i giusti, "i buoni", come avrebbe scritto Luca Rastello, hanno la loro dose di buio con la quale fare i conti. I piemontesi amano il teatro, a dispetto di quanto si crede. Sono esibizionisti schivi. È la megalomania dei modesti.

«Sotto il pelo le ossa, sotto le ossa il respiro, e sotto il respiro il cuore». Nel suo viaggio allucinante, Maurizio Torchio tiene conto di una scrittura efficace e secca come le zolle arroventate dal vento di luglio, dove vibra una luce in bilico tra le crepe di una terra milionaria che tuttavia non sa nascondere le ferite patite o inferte. Persino nei favolosi chicchi d'uva c'è il colore del sangue, "lo sterminato sangue", mentre è sangue piccolo quello dei pulcini maschi che scivolano nel tritatutto, uccisi un istante dopo essere nati perché inutili. E qui non si tratta di essere animalisti o ambientalisti, ma soltanto umani. Nessuno può sfuggire al richiamo dei morenti, dei terrorizzati. Animali consapevoli. «Sarebbero morti comunque, la punizione è saperlo».

Un romanzo pieno di morte. Quando l'avrete finito, sarà difficile accostarsi a un arrosto e a una bistecca con lo spirito di prima, dobbiamo avvertirvi. Non per ideologia, ma per empatia. A tavola, sarà complicato non pensare a quei maiali stipati nei camion, con i musi all'aria nel viaggio verso il mattatoio, povere bestie che vedono il cielo e il sole per la prima volta, l'ultima.

** Maurizio Crosetti**

Robinson - la Repubblica, 3 Maggio 2026

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