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In quei mattatoi l'eterna Treblinka degli animali

Con La peggior specie, Maurizio Torchio firma un romanzo filosofico sul rimosso: «Davanti ai camion dei macelli ci voltiamo dall'altra parte». Intervista

Chi è Homo sapiens per decidere sulla vita e la morte degli altri esseri viventi? Non è facile, per un romanzo che sceglie di mettere nel mirino un architrave della civiltà evitare la trappola dell'ermeneutica a tutti i costi o — peggio — della dimostrazione di una tesi. E invece La peggior specie di Maurizio Torchio (Sellerio) ci riesce benissimo. Nella storia ambientata nelle Langhe, ai giorni nostri, la questione dello sfruttamento e sterminio degli animali non cala mai dall'alto ma si incarna in parole, opere e omissioni di personaggi umanissimi e non sempre lineari, anche quando portatori di convinzioni profonde. La trama in un reel: qualcuno ha postato un filmato girato all'interno di un mattatoio e il proprietario incarica lo Specialista — una sorta di mister Wolf — di risolvere il problema. Lungo questo plot si affollano animalisti radicali e meno, santuari per bestie salvate dal macello, mercatini della carne e case dal design lisergico. Disagi, entusiasmi, rimozioni e ipocrisie.

È tutto il necessario per fare di La peggior specie un romanzo filosofico mai speculativo, una storia di denuncia priva di moralismo perché qui l'orrore è ex ante, il dato di partenza: li facciamo nascere per sfruttarli o ucciderli, su questo c'è poco da discutere. Eppure nel mondo di sangue, tofu e antibiotici disegnato da Torchio non esistono buoni e cattivi. Anche fosse, nessuno ha in tasca il placebo dell'ultima opinione. I personaggi di questo romanzo esistono per dirci che il primato della specie ce l'abbiamo tutti dentro, nessuno può dirsi innocente ma non possiamo nemmeno inchiodarci tutti alla colpa.

L'innesco narrativo del libro è un video passato in tv. L'atto del vedere e far vedere, in questo caso, sta anche per sapere e non sapere.

«Il mio è certamente un libro che attiene al rimosso e a come il rimosso può convivere con altre cose in cui crediamo. Moltissimi esseri umani danno per scontato che non ci debbano essere schiavi e padroni, però con gli animali non umani trovano il modo di farselo andare bene. Il non vedere fa parte della complessa costruzione culturale che ci serve per accettare il sistema».

Specismo e antispecismo, dolore e coscienza del vivente, moralità della violenza. Perché un romanzo è meglio di un saggio?

«Apertura ed empatia. La forma romanzo è un percorso che consente di avvicinarsi gradualmente alle domande e muoversi sui chiaroscuri. E poi c'è il lettore, da coinvolgere e sollecitare. L'empatia è la condizione necessaria per affrontare un tema complicato come la violenza sugli animali, e il meccanismo del romanzo è esattamente questo, un veicolo di empatia».

In La peggior specie si fa anche riferimento alla Shoah. Il crinale è delicatissimo, ma ci sono illustri predecessori.

«Isaac Singer ha scritto che per gli animali è un'eterna Treblinka. E lo ha scritto in yiddish dopo essere scappato dalla Polonia occupata dai nazisti».

Coetzee fa dire cose simili a Elizabeth Costello, un suo personaggio.

«Ed è interessante il meccanismo che usa, sceneggiando una serie di conferenze e incaricando il personaggio di dar voce a una tesi altrimenti scandalosa, indicibile».

Per Marguerite Yourcenar con gli animali ci alleniamo a fare violenza sui nostri simili.

«È una lettura che si scontra con la nostra pervicace volontà di rimuovere. Non possiamo imparare da ciò che non vogliamo vedere».

Tirando le somme, che c'entra la Shoah?

«C'entra soprattutto nell'aspetto, per così dire, testimoniale. II parallelo più cogente che vedo tra lo sterminio animale e l'Olocausto è nel nostro voltare lo sguardo davanti ai camion che portano le bestie al macello, nel meccanismo della rimozione. Ma c'è anche una differenza fondamentale».

Quale?

«I nazisti sfruttavano e uccidevano gli ebrei in modo industriale. Ma, come ha notato a suo tempo Derrida, non li facevano nascere. Non li costringevano a moltiplicarsi».

Nel libro si affaccia anche la religione. Quante fedi fondate da pastori...

«È un tema che piaceva a Foucault, il potere pastorale. Questa idea che ci sia una figura che fa da intermediario tra te e il mondo. Un modello di leadership che ci riporta al tema più universale, lo scambio sicurezza-libertà. C'è una favola di Fedro su questo».

Prego.

«Il lupo è affamato e mal ridotto, il cane ben pasciuto. E spiega al suo collega selvatico: sono più sano e forte perché il mio padrone mi dà quello di cui ho bisogno, devo solo controllare che nessuno entri nel suo terreno. Il lupo sta per farsi domesticare, poi vede il segno della catena al collo del cane e sceglie di andarsene. Libero e malridotto».

Il suo romanzo è anche un De profundis per lenarrazioni sul benessere animale.

«Sì. Io lo chiamo il mito del nonno di Heidi, il gran battage sulle bestie allevate in ambienti naturali. Che infatti non cambia il cuore del problema. Sono bestie allevate per essere uccise oppure per essere ingravidate a scadenze forzate, produrre più latte e avvizzire in un quinto del tempo naturale. È l'ipocrisia sull'ipocrisia».

L'industria della macellazione è il gran teatro della supremazia di specie, e quella che descrive lei ha colori e odori novecenteschi. Ma questo è il tempo dell'intelligenza artificiale.

«Giochiamo alla distopia, ci è utile. Si ricorda quando nei romanzi di fantascienza immaginavamo alieni che arrivavano e ci sottomettevano? Ora sono le IA a farci venire il dubbio che qualcuno possa scalzarci dal gradino più alto. Ecco, tener conto di questo potrebbe farci riconsiderare molte cose del nostro rapporto con le specie che consideriamo "inferiori"».

Al momento alle IA stiamo insegnando che si possono mettere intere specie in cattività e ammazzarle.

«Esatto. E intanto noi umani restiamo ancora all'idea che sia soprattutto il Logos a decidere chi è soggetto morale e chi non lo è».

Marco Bracconi

il venerdì - la Repubblica, 24 aprile 2026