Cattivi/«Do voce ai "cattivi". Le carceri? Sono uno scandalo al sole»

Da mauriziotorchio.

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Francesco Mannoni. Giornale di Brescia, 25 agosto 2015.

È un romanzo, ma è anche una discesa agli inferi del sistema carcerario nei suoi aspetti più duri e deprimenti, dentro le forme espiative di un abbrutimento che fiacca il corpo, ma di rado la mente. Un detenuto senza nome né età parla e riflette sulla sua condizione, sulla sua vita passata, su ciò che il carcere gli concede e gli toglie in un gioco di privazioni che la solitudine accende di stizzosi dilemmi.

Carcerato per il rapimento di una giovane, l’uomo è poi stato condannato all’ergastolo per un omicidio che si è verificato durante la detenzione. L’orgoglio lo infiamma di ribellione, e la sua discesa al fondo dell’amarezza è quasi uno sdoppiamento, in cui smarrisce se stesso, ma non la ragione della sua intima rivolta. Uomini così il senso comune li definisce «Cattivi», ma lo sono realmente? Amaro, doloroso, a tratti scioccante, questo romanzo, con il quale Maurizio Torchio è finalista al Premio Viareggio nella sezione narrativa, spazia nel mondo delle carceri e lo irrora di un’umanità necessaria alla redenzione di ogni essere umano.


Torchio, un io narrante senza nome e senza età: la colpa non ha bisogno di connotazioni specifiche?

La deprivazione non ha bisogno di connotazioni. L’esperienza del carcere, soprattutto di quel «carcere nel carcere» che sono le celle di isolamento, si definisce innanzitutto per quello che non c’è, che è stato tolto.


Colpisce il fatto che nel protagonista non vi sia ombra di pentimento.

«Pentimento» è una parola ingombrante. Sicuramente ci sono azioni, e soprattutto omissioni, che il protagonista, potendo tornare indietro, cambierebbe. E credo che gli vada riconosciuta una cosa: non dimentica mai di essere un carnefice. Si sente vittima - un sistema penale sbagliato fa anche questo: trasforma i carnefici in vittime - ma sa, per esperienza diretta, che si può essere tutte e due le cose insieme. Un ruolo non estingue, non compensa l’altro. Le sofferenze di oggi non rendono le vittime di ieri meno vittime, né il carnefice meno carnefice.


Il titolo «Cattivi» vuole indicare una condizione, o una sorta di professione?

L’etimologia di cattivo è captivus, prigioniero. Il titolo vive di questa ambivalenza fra categoria morale e situazione oggettiva. Ed è un’ambivalenza che riguarda tanto i detenuti, quanto le guardie; anche loro sono avvelenate dal carcere, sono cattive, vittime e carnefici insieme. Uno degli sforzi del libro è stato cercare di restituire spessore umano, tragicità, anche a chi rinchiude.


Quanta verità c’è in ciò che l’io narrante racconta? Modella secondo le sue necessità la storia che lo riguarda?

Certamente modella. La sua storia è tutto ciò che ha. Deve trovare un modo per dare dignità alle sue scelte, sentirsi almeno un po’ migliore di altri. Lo facciamo tutti, ma in una cella vuota è questione di vita o di morte.


La carcerazione cambia davvero tutti gli individui, o alcuni, come il suo protagonista, ne sono irretiti e peggiorati psicologicamente?

La carcerazione, come ogni esperienza prolungata e totalizzante, cambia chi la attraversa. Raramente è occasione di crescita culturale, di maggior consapevolezza di sé e delle conseguenze delle proprie azioni. Di norma è abbrutimento. Ma anche nei casi migliori, la privazione sistematica di esperienze e responsabilità rende immaturi. È inevitabile. Chi sta in carcere vive meno cose e dunque cresce di meno. Ho conosciuto persone che in carcere hanno studiato, si sono migliorate, ma, quando sono uscite, mancavano loro dei pezzi di vita.


Questo che definirei un monologo sulla detenzione, e nello stesso tempo esame di coscienza dei fatti che l’hanno resa necessaria, è in qualche modo una spiegazione della malvagità?

Spiegare la malvagità credo che tocchi ai teologi, ai sociologi, o a non so quale altra scienza. Questo è un racconto con dei personaggi, che, fra le altre cose, subiscono e infliggono ingiustizie e sofferenze.


Questa sua riflessione sulla carcerazione è frutto di studi tematici, o è una libera disgressione romanzesca sull’argomento?

Ho frequentato un carcere con l’intento esplicito, dichiarato, di scrivere un libro di fiction. Ma soprattutto ho letto libri, articoli, lettere, letteratura grigia. Di oggi e di ieri, italiana e non. Ho ascoltato trasmissioni radiofoniche e guardato film. Non è vero che le carceri sono invisibili e mute. Sono uno scandalo al sole.


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