Cattivi/I «Cattivi» di Torchio: umanità e voci dietro le sbarre

Da mauriziotorchio.

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Rita Guidi. La Gazzetta di Parma, 12 maggio 2015.

Meglio prendere fiato prima di iniziare la lettura. Maurizio Torchio, con questo suo ultimo «Cattivi» ci soffoca in gola il grido di ogni ipocrisia. Il giovane autore torinese sceglie infatti la voce di un condannato, e sceglie di consegnarcela insieme limpida e rozza: dettagli impietosi e flussi di ricordi in un parlato colloquiale e aulico. Le emozioni che pungono agli occhi in questa - abilissima - contaminazione (im)possibile. Non solo. Negli occhi del protagonista, volto senza contorni e senza denti, ergastolano (che ha rapito per stupida avidità e ucciso per disperazione) con più giorni dietro le mura che per le strade del mondo, Torchio ci lascia guardare oltre le sbarre. Luce nel buio di un mondo negato, evitato, preferibilmente ignorato. «Fuori non c'è niente di organizzato - leggiamo nel cenno sofferto di una libera uscita - Senti la fretta di chi ti sta intorno. Hai la sensazione che abbiano capito da dove vieni. Ma questo non è mai vero, perché quelli di fuori al dentro non pensano mai». Non pensano e non sanno, no. Non immaginano, se non la violenza gridata di qualche telefilm banale. Ma l'autore ci fa scoprire qui che il dolore è più spesso altro. E si trova nella paura del buio o delle botte, nel pane punitivo o nelle razioni di cibo irrorate di urina. Nelle sottrazioni sottili, invisibili (fotografie, pagine di libri...) utili a togliere ricordi o speranze fragili come la carta su cui sono impresse. Torchio ci fa capire che il carcere non è solo un luogo arreso all'assenza di libertà, un recinto della legge che di altre leggi vive, ma il tempo umiliato di ogni attesa. Dormire, lavarsi, mangiare... dipendono da un forse scandito da minuti che appartengono ad altri. Corpi. L'umanità dietro le sbarre dell'istinto. Bava di gesti che ammiccano a quel titolo, «Cattivi», fino a farci chiedere se sia riferito a chi. Come se anche il tempo del giudizio fosse costretto a fermarsi appena prima di entrare. «Mi vergogno più della speranza che della paura - confessa - Col fine pena a sessant'anni pensi di avere ancora tutto da fare (...) Dietro hai poco. Come se le cose della vita stessero in un sacco... e se hai tirato fuori così poco qualcosa deve esserci rimasto. Tutta la vita non consumata dev'essersi conservata, in qualche modo, da qualche parte». Un fiato, dunque, trattenuto altrove. Non in queste pagine. Non qui.


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