Cattivi/I «Cattivi» di Torchio nell'inferno carcerario

Da mauriziotorchio.

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Federica Di Bianco. Il Mattino, 6 febbraio 2015.

La prigione. Un mondo di dolore dove il confine tra vittime e carnefici è sempre più labile.


«Dev'esserci sempre qualcosa da togliere, altrimenti tutto si ferma. A volte ti danno delle cose perché ti venga paura di perderle. Dove stavo prima ti davano delle televisioni solo per minacciarti di spegnerle. Per farti provare la sensazione di cadere ti sollevano, ogni tanto». Con lucida consapevolezza la voce protagonista dell'ultimo romanzo di Maurizio Torchio, Cattivi (Einaudi, pagg. 182, euro 19), racconta la solitudine, le violenze e i riti della vita carceraria, un tema di scottante attualità. Arrestato per sequestro di persona, condannato all'ergastolo per l'assasionio di una guardia carceraria, è una voce da un penitenziario, un'ombra senza nome che vive nella cella d'isolamento, una prigione nella prigione, un luogo remoto scandito dai rumori, dai segreti e dalle leggi non scritte di una vita reclusa. Le anime dei dannati, protagoniste di questo romanzo, sono assassini, pedofili, rapinatori, delinquenti. Uomini che hanno dato sofferenza e che devono pagare per il male fatto.

Eppure ciò che affiora, con una prosa crudelmente oggettiva, è un mondo di dolore, in cui il confine tra vittima e carnefice è labile, perché i due ruoli possono coincidere anche nella stessa persona. Torchio indugia sulla violenza tra detenuti, sulle torture psicologiche e fisiche e su quel rapporto maledetto e quotidiano tra guardia carceraria e detenuti. Dalla lezione di Beccaria fino ai più recenti scritti di Foucault, la riflessione non può che andare ai diritti violati, al ruolo che il carcere dovrebbe avere nella riqualificazione e nella riabilitazione, all'annoso problema dell'affollamento negli istituti penitenziari italiani, alle morti in cella. E Cattivi mette il dito nella piaga, denunciando una prigione che conduce all'eliminazione dell'individuo, alla reiterazione del comportamento criminale, alla perdita della dignità fino al suicidio. La prosa è asciutta e scarna, le ripetizioni anaforiche emulano la ripetitività dei gesti quotidiani della reclusione.


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