Cattivi/Il mondo è una prigione

Da mauriziotorchio.

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Nicola Villa. Gli Asini, aprile 2015.

La voce che narra è quella di un ergastolano, un fine-pena-mai, e arriva da una cella di isolamento dimenticata, lontana quasi nel futuro, e ripercorre la sua vita, vissuta prevalentemente in cattività, dai motivi dell’incarcerazione (il sequestro di una donna ricca) alla permanenza in un carcere di estrema sicurezza sull’Isola, fino all’omicidio quasi gratuito di una guardia. È una voce di chi è vicino alla morte, ma è viva e lucida, parla come in confessione a quelli che sono fuori, ricorda oggetti e incontri, persone e luoghi per non perdere la testimonianza del suo e del loro passaggio. L’azione è in uno spazio senza tempo, con allusioni al passato recente d’Italia e a luoghi riconoscibili ma labili, come sono enigmatici e evocativi i personaggi raccontati: Bufalo, il protagonista; Comandante, il direttore della prigione; gli Enne, il gruppo dei nuovi prigionieri, forse rappresentanti delle nuove mafie; Toro, il vecchio carcerato in libertà vigilata e custode di una morale antica; la Principessa del Caffè, la figlia sequestrata di un produttore di caffè; Martini, il delinquente viveur; la professoressa, prototipo delle donne che si innamorano dei carcerati perché “un uomo chiuso in cella è quanto di più vicino si possa trovare a un uomo nella placenta”.

Cattivi, il nuovo romanzo di Maurizio Torchio uscito dopo cinque anni il suo convincente esordio Piccoli animali (come questo pubblicato da Einaudi), è tanto importante e necessario quanto proprio oggetto letterario non immediatamente identificabile. Non è un libro che si è nutrito di realtà, che si rifà cioè a esperienza diretta dell’autore, ma interpreta in modo originale il canone, fatto anche di clichés e di stereotipi, della letteratura carceraria, come rivela, alla fine, una lunga nota di ringraziamenti e modelli italiani e stranieri. Ma chi si aspetta il plot tipico di una discesa agli inferi di una prigione resterà deluso.

Cattivi è sì un romanzo classico sul carcere, quel luogo costruito per “contenere il male” - e sono presenti nel libro i codici della vita carceraria, le regole non scritte, l’ideologia raffinata e crudele della detenzione -, ma è anche per estensione un romanzo sulla condizione umana, dichiarando, sin da quel titolo etimologicamente ambiguo, il suo carattere allegorico. Del resto tutto parla in questo libro, anche i muri della cella, le fondamenta della prigione, la grotta del sequestro, i cani che vivono con gli uomini e mangiano meglio dei prigionieri. La tradizione a cui Torchio si rifà sembra più alta e non limitata a quella del genere carcerario: Cattivi evoca quel clima di alcune prove narrative di Coetzee, in particolare quelle più simboliche e metaforiche. A essere prigionieri sono, infatti, tutti gli uomini che compaiono nella storia, anche quelli apparentemente liberi, quelli fuori dalla prigione, anche coloro i quali esercitano una forza e un potere sugli altri, non solo di punizione o controllo ma specialmente di cura e amore. Potrebbe sembrare paradossale, ma il romanzo di Torchio è anche una declinazione, in almeno tre forme, dell’amore come incontro di solitudini, di abusi di rapporti di forza o di dipendenza, fino all’estremo della Sindrome di Stoccolma, per la quale si arriva a provare affetto per il proprio carnefice.

Torchio è riuscito a creare una voce credibile e profonda che procede per progressive illuminazioni, prese di coscienza, mentre l’orizzonte di libertà del suo personaggio si restringe sempre di più fino al “pozzo buio” dell’isolamento carcerario. Come se la capacità di capire e comprendere aumentasse in proporzione contraria alla limitazione fisica e all’avvicinarsi alla morte. Del resto “sono gli schiavi a credere nella libertà”, come dice il poeta Walcott citato in epigrafe di un libro che è già una delle migliori uscite dell’anno.


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