Cattivi/La voce dell'ergastolano

Da mauriziotorchio.

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La voce dell'ergastolano

Gianmarco Diana. Unione Sarda, 28 febbraio 2015.

Il crudele gioco di specchi fra carnefici e vittime


Frutto di ben cinque anni di lavoro, il secondo romanzo di Maurizio Torchio colpisce, profondamente, nel segno. Sono cattivi nel senso etimologico del termine quelli descritti dall’autore torinese nel suo libro, prigionieri in senso fisico e psicologico, siano essi carcerati o carcerieri, costretti o costrittori.

Un protagonista senza nome su un’isola-carcere priva di collocazione nel tempo e nello spazio, racconta, con un uso libero e alternato della prima o terza persona, una serie non necessariamente logica o cronologica di eventi del passato e del presente.

La scrittura è durissima, a tratti innovativa, incastonata in una forma sostanzialmente semplice e coinvolgente.

Le descrizioni della vita dentro e fuori del carcere, segnata da precisi e rituali gesti, dominata da oggetti-status, trasformano l’opera in una sorta di saggio, claustrofobico e terribilmente realistico: è così che il protagonista ci racconta - da una cella «lunga quattro passi e larga un paio di braccia tese» - come e perché sia finito in carcere e, in particolar modo, in quella «prigione della prigione» rappresentata dalle celle di isolamento.

Ma, a fianco della voce del protagonista, un’altra sembra volerla sovrastare: è la voce/respiro del carcere stesso, quella che non tace mai, anche quando il silenzio si fa assordante.

Sembra quasi la voce del Coro nelle tragedie greche, un io narrante distaccato dall’essere umano e pur tragicamente avviluppato ad esso. La classica dinamica da Sindrome di Stoccolma si incontra e scontra con la duplicità dell’animo umano, estrinsecandosi nei rapporti vittima/carnefice, prigioniero/libero, cattivo/buono, buio/luce, silenzio/rumore: esiste soltanto la solitudine dei personaggi, tutti indistintamente, declinata ad un infinito tempo presente, a ricamare confini (sempre più evanescenti) tra il Bene e il Male.

Ecco perché, pagina dopo pagina, il lettore comincia a solidarizzare col protagonista: anche se costui ha commesso un reato, non è un criminale, non è cattivo; dal suo racconto si capisce che è anche lui una vittima.

Grazie alla forma prescelta ed a una scrittura asettica, l’autore riesce a restituirci anche un suo punto di vista sulla realtà carceraria, negandone decisamente una funzione salvifica che possa restituire le persone al mondo.

Il tempo che trascorre lento, quasi in moviola, in luoghi bui o immersi in luci fisse e fastidiose, in una sorta di stato di compressione o implosione che sembra governare la mente del protagonista e la vita stessa del carcere, e la narrazione -sospesa tra fiction, diario e saggio - fanno di “Cattivi” (Einaudi) un romanzo capace di ingoiare letteralmente il lettore, trasportandolo progressivamente in una girandola di situazioni estreme, sensazioni disumane, odori nauseabondi che non riescono, comunque, a farci dimenticare l’essenza profondamente umana di un protagonista che sentiamo vicino a noi fino all’inevitabile epilogo.


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