Cattivi/Note a margine di Cattivi

Da mauriziotorchio.

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Ivano Porpora. La Nottola di Minerva, 20 aprile 2015.

Negli ultimi anni diverse serie TV hanno trattato il carcere, in diversi modi. Mi vengono in mente Orange is the new black, The following, Oz – così al volo; tra i film, senza andare a rivangare nel lontanissimo passato (Qualcuno volò sul nido del cuculo: era reclusione comunque, spero siamo d’accordo; Le ali della libertà; The Experiment) mi ricordo belle scene di Requiem for a dream, Il profeta.

È strano che, stando alla produzione filmica, non mi vengano immediatamente esempi italiani. Per dire: noi il tema della carcerazione l’abbiamo vissuto, e quello della reclusione è un nodo che di solito porterebbe diritti alla produzione artistica (pensiamo al rapimento di De Andrè, a quello di Moro, alle sevizie in carcere e nei commissariati da Pinelli in poi); eppure non mi vengono in mente se non piccoli esempi (il 41-bis di don Pietro Savastano in Gomorra, l’Aldo Moro di Buongiorno Notte, alcune scene di Diaz – Don’t clean up this blood, qualcosa di Romanzo di una strage, qualcosa di Morte accidentale di un anarchico) che ancor poco interpretano la necessità tutta italiana di riflettere sul tema del di dentro e del di fuori, della funzionalità dell’individuo e della sua eccentricità rispetto al sistema.

Letterariamente, gli esempi sono illustri. Il dentro ce lo hanno raccontato Silvio Pellico e Antonio Gramsci, il limbo della dislocazione Carlo Levi; vicino al carcere è Padre padrone di Ledda – per non parlare del XXXIII dell’Inferno, col Conte Ugolino chiuso nella Muda.


    Breve pertugio dentro da la Muda,
    la qual per me ha ’l titol de la fame,
    e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
    m’avea mostrato per lo suo forame
    più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
    che del futuro mi squarciò ’l velame.

    (Dante Alighieri, La Divina Commedia – Inferno, c. XXXIII; 22-27)


E allora perché Torchio colma questa lacuna, consegnandoci una realtà italiana, letteraria e attuale, e lo fa in modo così raggelante? Che cosa ha reso la voce di Torchio, che non conoscevo, così forte da portarlo a scrivere senza dubbio uno dei libri più belli di questo 2015?

Nel libro, a mio parere, il cupio dissolvi che ci immaginiamo del dannato/condannato non è solo dell’individuo quanto almeno in parte della società intorno – una società che mira altrove, che non ragiona, non guarda ma passa; e allora quello del carcerato diventa un cupio absolvi. La prigione in Cattivi non è più soltanto una fortezza in cui tutti i protagonisti, buoni e pseudobuoni e cattivi e pseudocattivi, vivono in (appunto) cattività, quasi il destino del direttore del carcere, Comandante, quello di Martini e della professoressa, quello dei carcerieri e quello del protagonista e perfino quello della Principessa (la storia a mio dire più bella, assieme all’isolamento) diventassero centripeti. La prigione diventa una sorta di luogo unico in cui tutto, il bene e il male – con il rispetto che queste categorie meritano – si fonde e si confonde, esattamente come il pane sciapo che viene servito per punizione, e in cui si può finire dentro per amore senza sapere, realmente, quale sia la propria colpa.

La lingua non è, grazie al cielo, una lingua a effetto. Nessuno dice: Siamo innocenti, né – ancora grazie al cielo – I colpevoli siete voi. Pare che il messaggio che trapela sia: come è possibile tutto questo? Come ci siamo potuti ridurre così, intendendo: noi umanità?

Una delle espressioni più utilizzate quando si viene a sapere d’un crimine, in particolare sui social, è Deve marcire in carcere. Di solito rivolta a chi compie crimini ripugnanti, che abbiano a che fare con il crimine organizzato o con violenze perpetrate contro esseri per loro natura meno capaci di difendersi (donne, bambini, animali). Deve marcire in carcere, si dice, con la consapevolezza che quel verbo, marcire, pone un frutto in un luogo separato dal mondo (clinica psichiatrica, ospedale, eremo, prigione, centro identificazione ed espulsione, ecc.) sperando che il mondo venga nettato da quella separatezza e sancendo, di fatto, l’incapacità del mondo ad attuare ciò che questi centri sarebbero portati a fare: gli ospedali a sanare, gli eremi a riflettere, le prigioni a correggere. Torchio in quel carcere ci entra, con una capacità che ha dell’imbarazzante – per chi scrive -, quasi come se avesse dedicato questi anni a starci dentro davvero, esaminando con minuzia, interrogando con attenzione, ascoltando. La deprivazione sensoriale, l’isolamento, i segreti, i nascondigli, la colpa che diventa una sorta di baricentro del tutto, spina dorsale dell’uomo a cui le precedenti categorie morali risultano utili quanto un’auto senza benzina in Amazzonia; alla faccia di Anzieu, alcuni luoghi del mondo diventano iperluoghi, e il carcere è uno di questi.

Esistono studi che parlano degli adattamenti viscerali dei carcerati, già a partire dalla prima settimana di prigionia. Che dicono di come si modifichi la vista, si curvi la schiena e con questa si risistemino gli organi, e tutte le piccole malattie emergano. Se nelle ultime recensioni ho cercato di parlare della figura del nemico, credo che in questo caso sia utile esercizio intellettuale andarlo a pescare. Credo che in Cattivi il nemico sia l’Uomo e l’uomo, l’Uomo nella sua meschinità, l’uomo nel suo orizzonte temporale. Pagare vent’anni di prigionia significa, materialmente, scontare al diciannovesimo anno una condotta tenuta diciannove anni prima, in un’azione spesso non estesa che a un momento, un impulso. Non essendo mai stato in prigione non posso pensare a quanto male possa fare, più che le botte dei vicini di cella e del piccolo sopruso e dei secondini, il se che potrei portarmi dietro.

Non ci posso pensare.

Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni, diceva Dostoevskij. Allora viene il dubbio che non abbiamo capito niente.


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