Cattivi/Storie di sopravvivenza nei «Cattivi» di Torchio

Da mauriziotorchio.

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Lorenzo Marchese. Il Tempo, 22 luglio 2015.

Ci sono due modi opposti per informarsi sulle nostre carceri. Il primo è prendere studi aggiornati, come quelli del Ministero della Giustizia (online, aggiornati al 30 giugno 2015), documentarsi con una panoramica dall'alto. Oppure, più infausto, ascoltare la testimonianza parziale ma ben a fuoco di chi ha attraversato la prigionia.

Il romanzo «Cattivi» di Maurizio Torchio è un tentativo di unire gli approcci, tradendoli con la forza dell'immaginazione. È un testo che viene da anni di documentazione e di scrittura, ma alla superficie ci restituisce le finte memorie di un detenuto senza nome, rinchiuso per un giovanile sequestro di persona e poi trattenuto in ergastolo per l'omicidio di una guardia.

Per chi parla, il terrore più grande è essere cancellati dalla memoria di tutti ("non ucciso, dimenticato a morire"): e in questo terrore si sente un eco di «Se questo è un uomo» e dei «Sommersi e i salvati» di Primo Levi, dove l'imperativo era sopravvivere per raccontare.

Torchio è riuscito a creare personaggi vicini a noi, che osservano la ferocia del loro ecosistema sradicato con la lucidità degli entomologi e l'attaccamento di chi fuori da una cella si sentirebbe perduto. Così, questa prigione posta su un'isola abbandonata, che potrebbe essere qualunque posto del mondo (anche Rebibbia, anche San Vittore), contraddice il verso di John Donne: «Nessun uomo è un'isola».

Lo è il carcere, e ancor più ogni carcerato, sospeso fra l'attimo del crimine e l'attesa infinita della pena. Non vivremo la sua discesa, ma prevale la pietà quando si ammonisce: «Chiunque ne esce male, a ricordarlo soltanto per la cosa peggiore che ha fatto».


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