Cattivi/Torchio e la prigione dell'esistenza

Da mauriziotorchio.

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Paolo Petroni. Ansa, 10 marzo 2015.

Romanzo forte, nitido, credibile in prima persona di ergastolano


Cattivi, ovvero pessimi soggetti e, assieme, dal latino, prigionieri, è in questa doppia veste, in questo rimando lo spazio dell'esplorazione di Maurizio Torchio, che raccontando la vita all'interno di un carcere, narrata da un ergastolano imprigionato per un rapimento e poi condannato per aver ucciso una guardia in prigione, non è esplicita denunzia della situazione del sistema penitenziario, non è cronaca e sociologia, ma appunto scavo nell'umanità di chi vive quella doppia condizione.

Un libro forte, naturalmente, potente per il punto di vista e una sorta di oggettività della scrittura, sorvegliata, attenta, incisiva pur nel presentarsi molto soggettiva, essendo quella dell'io narrante che racconta, si racconta riuscendo sempre credibile nella sua situazione estrema, sospeso in una realtà senza tempo come può essere una cella d'isolamento, e riferisce, senza pentimenti o vere denuncie, anche se di alcuni aspetti dei nostri carceri rivela impietosamente sadismi e meccanismi. Alla fine, ma alla fine, il romanzo è anche questo, ma come una conseguenza. La prigione, così vissuta, nello scorrere dei giorni senza veri accadimenti, diventa anche una sorta di seconda pelle, di protezione, di luogo che "mentre dormi, trattiene il fiato per ascoltare il tuo respiro".

Ha ventisette anni, ventiquattro passati libero, sette mesi "nel fianco della montagna con la principessa del caffè". Tre mesi poi nuovamente fuori, quindi due anni e due mesi in cella d'isolamento, da cui viene fatto uscire cercando di fargli ricadere addosso un'accusa d'infamia. "Puoi aver fatto qualsiasi cosa, fuori.... le guardie ti puniscono davvero solo se hai toccato uno dei loro".

Un romanzo che alle spalle ha uno studio e raccolta di documentazione, che riesce a sciogliere nell'intensità e varietà della narrazione, tra piccole curiosità e momenti di vita, tra fisicità e astrazione dei pensieri. Un romanzo avvincente nella sua apparente immobilità e nella sua intima avventurosità.

L'unica cosa che conta, dentro, è avere il rispetto degli altri, che il protagonista si guadagna solo dopo aver ucciso un secondino, Piscio solo dopo che si è suicidato squarciandosi le vene a morsi, un giovane solo quando si taglia la gola per la vergogna di aver parlato nel sonno, rivelando cose compromettenti. I giochi e gli equilibri sono molto particolari: "picchiare il ragazzo ha fatto bene alle guardie e, in fondo, anche a noi. E' una forma di rispetto: il ragazzo ha provocato, loro hanno reagito. Vuol dire che esistiamo. Comandante ha fatto massacrare il ragazzo non per cattiveria, e nemmeno per invidia".

E Comandante è un po' l'altro protagonista, il direttore del carcere, anche lui essere umano con le sue debolezze, l'amore innanzitutto, e anche lui prigioniero di un ingranaggio. Perchè alla fine, come è inevitabile, in questo ossessivo raccontare tutto, in questo analizzare i rapporti, tra rapitore e rapita, tra prigionieri e guardie e così via, si scopre che forse siamo sempre tutti un poco "cattivi", prigionieri in senso esistenziale e psicologico, immersi in una così grande "certezza" eppure in balia di uomini e avvenimenti: quel che ti è permesso oggi, che senti tuo, domani non lo è più.


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